BIOMASSE: Un’intervista al professor Chiaramonti dell’Università di Firenze

Intervista a David Chiaramonti, Dottore di Ricerca in Energetica e Professore a contratto per il corso Tecnologie di Conversione Energetica delle Biomassa presso l’Università di Firenze. Presidente dal 2010 del Consorzio di Ricerca e Dimostrazione sulle Energie Rinnovabili (RE-CORD), un ente di ricerca no-profit che gestisce un laboratorio chimico specialistico per le rinnovabili ed i biocarburanti e progetta ed esercisce diversi impianti pilota e dimostrativialimentati a biomasse.
I suoi principali interessi scientifici sono diretti alla produzione eall’uso di biomasse, sia liquide e/o gassose che solide, per generazione di energia, ed alla produzione di biocombustibili diseconda generazione.


Ci potrebbe tracciare un rapido panorama di quella che secondo lei è stata l’evoluzione nell’uso della biomassa a fini energetici, da quando è iniziata l’attenzione verso le rinnovabili negli anni ’80 ad oggi?

Il settore si è notevolmente sviluppato nel corso degli ultimi anni. Inizialmente si è affermato l’utilizzo dibiomasse legnose (forestali) per la sola generazione di calore. Le ragioni sono state diverse, quali ad esempio la tipologia di biomasse utilizzate (biomasse legnose forestali), a basso contenuto di cenere e quindi non particolarmente complesse durante la fase di combustione, le tecnologie di conversione relativamente semplici se pur sofisticate (sola generazione di calore), la facilità nella realizzazione diimpianti di piccola taglia e quindi a scala domestica o aziendale, la capacità di soddisfare un ampio mercato, la convenienza economica delle soluzioni a biomassa nei confronti dell’uso di combustibili fossili per uso residenziale in aree rurali (quali gasolio e gpl, particolarmente costosi) etc.

In parallelo si sono realizzati impianti di media taglia (multi MWe) per la generazione termoelettrica ed anche grandemente diffusi gli impianti a biogas a scala aziendale. Successivamente il biogas si è ulteriormente diffuso, con numeri importanti.

Relativamente ai biocarburanti, nel settore della prima generazione, l’Europa e l’Italia si sono focalizzate in primis sulla produzione di biodiesel ed i tentativi di sviluppare il settore del bioetanolo sono stati timidi ed i volumi molto modesti, interamente convertiti in ETBE (etere etilterbutilico). In questo settore, però, nel corso degli ultimi anni l’iniziativa del gruppo Mossi & Ghisolfi ha prepotentemente riportato sulla scena il bioetanolo, attraverso lo sviluppo di tecnologie di seconda generazione da biomassa lignocellulosica e la realizzazione a Crescentino (VC) del più grande impianto al mondo. Questa, e altre iniziative in Europa, potranno portare alla realizzazione di veri e propri progetti di bioraffineria a piena scala industriale, se le condizioni generali delle politiche energetiche europee lo consentiranno.

materiale.pngQuale è secondo lei il futuro, anche dal punto di vista dei combustibili?

Come detto, e coerentemente con quelle che sembrano essere le indicazioni di Commissione, Parlamento e Consiglio Europei, lo sviluppo dei prossimi anni sarà focalizzato sulla piena maturità commerciale delle tecnologie di seconda generazione e sulle bioraffinerie industriali. In parallelo, anche il biogas e soprattutto il suo “upgrading” a biometano (che è anche combustibile per trasporti) potrà ricoprire un ruolo estremamente rilevante, essendo possibile il “retrofitting” (cioè l’adattamento) dinumerosi impianti di biogas già esistenti. In questo settore attualmente l’Europa è leader nel mondo.

Gli attuali incentivi economici ai quali accedono gli impianti alimentati a biomasse (di caratteristiche opportune) quanto stanno realmente aiutando lo sviluppo della tecnologia e la diffusione e permanenza degli impianti sul territorio?

Il tema degli incentivi è rilevante per tutte le rinnovabili. Nel caso specifico delle biomasse, caso in cui si parla di vera e propria filiera produttiva, gli incentivi vanno a corrispondere un riconoscimento ancheal produttore primario (produttore della risorsa) e non solo a chi genera energia elettrica e/o termica: mentre nel caso di sole e vento, ad esempio, il costo della risorsa è sostanzialmente nullo, non è questo il caso delle biomasse. D’altronde ciò corrisponde a precisi benefici socio-economici per la comunità locale che prevalentemente sarà interessata dal compito di fornire la biomassa (ma che dovrà farlo a costi competitivi per consentire la sostenibilità dell’investimento). Detto questo, a mio avviso, e per quanto possibile, le filiere future dovranno indirizzarsi verso la produzione contemporanea di più prodotti, dove quelli primari dovranno essere i prodotti a maggior valore aggiunto e possibilmente non legati agli incentivi, mentre l’energia potrà rappresentare il co-prodotto.

impianto.pngLe colture energetiche dedicate sottraggono spazio alle colturealimentari. Su questo tema c’è in atto a livello internazionale un’accesa discussione: quali sono le questioni dibattute?

Su questo tema si potrebbero citare autorevoli colleghi sia favorevoli che contrari alla tesi e non è semplice esaurire in poche parole questo tema. Numerosi lavori scientifici mostrano – contrariamente a quanto comunemente riportato sui media – che ad oggi non abbiamo carenza di terreno: quindi non direi che la questione sia – comunque la si pensi – un tema per l’oggi, ma casomai per il domani o il dopodomani. L’attenzione deve essere posta sull’efficienza dell’uso del suolo e sull’efficienza delle filiere nel suo complesso, ferma restando la necessità di valorizzare l’uso dei residui. Personalmente ritengo che l’incidenza delle bioenergie sui costi del cibo sia marginale e ben altri fattori siano molto più rilevanti, ma come detto il tema è molto dibattuto. Penso che il punto essenziale sia in prima istanza quantificare lo stato dell’agricoltura (quanto territorio viene coltivato e quanto invece abbandonato per ragioni economiche o comunque indipendenti dalla questione dei biocombustibili), e sulla base di evidenze e stati di fatto sviluppare le politiche agricole ed energetiche. Questo senzadimenticare che per una agricoltura come quella nazionale, dove gli ettari persi da coltivazioni agricole hanno raggiunto dimensioni impressionanti, le bioenergie rappresentano una opportunità formidabile. Non dimentichiamo infine che noi “mangiamo” anche energia, nel senso che per la produzione di cibo è necessaria energia, in misura maggiore o minore a seconda del tipo di produzione.

Rispetto al panorama nazionale/internazionale, come si posiziona, secondo il suo punto divista, la Toscana nello sviluppo dell’impiego della biomassa ad uso energetico come produzione e utilizzo?

La Toscana ha conseguito dei buoni risultati nella realizzazione di impianti di piccola/media taglia per la generazione di calore, e su questo (anche recentemente, alla Fiera Klimaenergy di Bolzano diquest’anno) ha ottenuto riconoscimenti per le buone iniziative messe in atto sul territorio. E’ semmai sugli impianti di scala maggiore, anch’essi necessari – in parallelo alle piccole taglie – in un sistema energetico complesso come quello regionale, che probabilmente si dovrebbero realizzare delle ulteriori iniziative, se le politiche di incentivazione lo consentiranno (nel caso di generazione elettrica). Si potrebbero infine – in questo ambito e scala – considerare le bioraffinerie come una seria opzione per lo sviluppo industriale e del territorio, utilizzando e recuperando aree industriali esistenti.

laboratorio.pngQuali sono stati e sono le sue attività ed i suoi progetti sulla biomassa?

Il nostro gruppo di ricerca è ormai impegnato su molti fronti: dalla pirolisi dibiomassa per energia o carburanti, alla carbonizzazione, torrefazione e gassificazione, alla digestione anaerobica ed alla metanazione, nonché alla filiera degli oli vegetali e fritti. Attualmente ad esempio siamo partner dell’unico progetto Europeo, Itaka, che affronta la produzionedi carburanti per aviazione, con partner quali Senasa, Airbus, Neste Oy, e presto saremo partner anche di un secondo progetto in questo settore dei biokeroseni.
Stiamo anche costruendo un prototipo di torrefattore, un carbonizzatore, un impianto per la metanazione della CO2, ed in collaborazione con i colleghi biologi del Diba e F&M stiamo realizzando vasche per la coltivazione di microalghe in Italia ed all’estero (Cile). Lavoriamo in stretta connessione sia con la Commissione Europea che con Ministeri ed Enti nazionali, nonché con le principali industrie del settore, ed oltre alle attività più strettamente di ricerca offriamo i nostri servizi ai soggetti attivi in questo campo e ad Enti pubblici che necessitano di supporto tecnico.


Le immagini di questo numero sono state fornite dal Prof. David Chiaramonti.

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Un commento

  1. Nessuna controindicazione rispetto al proliferare di questi impianti (di vario tipo) a biomasse? Lo specialista appare abbastanza entusiasta ma non tocca questo aspetto.

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