ANDREA ORLANDO: “DA NAPOLITANO PAROLE CHIARE. ORA LA DESTRA PENSI AL PAESE”

andrea_orlando_210813Guardo con molta preoccupazione a quanto accade nel Pdl perché in questo momento non è in gioco il destino dei singoli ma quello del Paese». Il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando non vuole entrare nel tormentone «crisi sì  crisi no», dice che di Silvio Berlusconi vuole parlare il meno possibile. Se possibile.

Ministro, però questo è il tema del giorno. Berlusconi è tentato dal voto in autunno. Ce la farà il governo a superare il 9 settembre, data del voto in giunta?

«Mi sembra che le parole del Capo dello Stato siano state chiarissime. Mi auguro, quindi, che le considerazioni per cui è nato questo governo continuino a essere prioritarie su tutto il resto: non possiamo permettere alla crisi politica di aggravare la crisi economica e sociale che ancora oggi investe il nostro Paese e impedire che si colgano alcuni segnali di ripresa».

Letta incontrando Epifani ha ribadito la necessità di dare maggiore vigore all’azione di governo sulle misure di cui c’è più urgenza nel Paese. Sarà un collante sufficiente tra i ministri?

«Enrico Letta ha detto una cosa molto importante sin dall’inizio del suo mandato: questo governo non deve vivere a tutti i costi, deve vivere se riesce a produrre risultati. Un costo insostenibile, rispetto all’azione di governo, sarebbe quello di sprecare il margine di manovra che è stato recuperato in Europa, sul fronte delle disponibilità finanziarie e su quello del contenimento del debito per il calo dello spread, per esigenze di carattere politico».

Si riferisce ai compromessi politici sulle misure che il Consiglio dei ministri dovrà varare nelle prossime settimane?

«Non si tratta di coniugare degli obiettivi simbolici, ma di ripartire dallo stato attuale della crisi e utilizzare in modo razionale le risorse. Oggi è evidente a tutti che c’è una caduta drammatica dei consumi e una crisi dei settori produttivi che rischia di distruggere un patrimonio industriale».

Come si trovano le risorse? La service tax sarà la risposta?

«Discutiamo sul come intervenire. Agiamo attraverso la deduzione fiscale o con un sostegno attivo alle imprese? Possiamo confrontarci ma non possiamo sbagliare gli obiettivi».

 

Il suo partito come inizia un confronto interno rischia di spaccarsi, come è accaduto sulla legge elettorale.

«Non possiamo permetterci tentennamenti così come non possiamo rischiare di ragionare con logiche puramente finanziarie dimenticando gli effetti reali che alcune misure anziché altre possono avere. Le faccio un esempio: se la Tares fosse inclusa nella service tax si tradurrebbe in un colpo mortale per le imprese, sarebbe iniqua nei confronti di quelle che producono meno rifiuti e sarebbe una regressione nel sistema dei servizi ecologici del nostro Paese. Per questo dico che il Pd ha bisogno di costruire una piattaforma che stabilisca come utilizzare le risorse che ci sono. Questo passaggio non si giocherà soltanto in Consiglio dei ministri, c’è bisogno di rimettersi in connessione con le domande che arrivano dal Paese, dalle imprese, dal mondo del lavoro. Dovrebbe essere il Pd a intestarsi una battaglia per chiudere il ciclo di quella che è stata definita “l’austerità cieca”. Spetta a noi rompere questa gabbia che non ha risolto la crisi e ha distrutto la capacità produttiva. In questo la storia di Guglielmo Epifani per il Pd è un valore aggiunto».

Sta chiedendo al Pd di darsi un profilo alla vigilia del congresso?

«Beh, spero che almeno su questo, sul fatto che non basta il rigore per uscire dalla crisi, dovremmo essere tutti d’accordo. Ovvio, poi, che su altre domande di fondo mi aspetto risposte dal congresso».

Per ora si discute di regole e di nomi, si aspetta di capire che cosa farà Renzi.

«Mi auguro che non ci si fermi qui, che si esca da questo limbo, non dobbiamo aspettare che i candidati sciolgano le riserve. Una classe dirigente intelligente dovrebbe anche iniziare a definire come intende dare risposta ad alcune domande fondamentali piuttosto che concentrarsi sul calendario. Credo che ognuna delle culture politiche che hanno contribuito alla nascita del Pd abbia la possibilità di dare risposte, anche diverse, alle domande di fondo e trovare una nuova sintesi in grado di sfidare la sintesi. Per questo avverto con preoccupazione il rischio di marginalizzazione in nome della modernizzazione di culture politiche che hanno origine proprio nella critica al modello di sviluppo».

Quale è stato l’errore più grave del suo partito?

«L’aver pensato che fosse sufficiente avere un avversario comune e un leader su cui convergere per risolvere un problema di identità. Credo che questo congresso debba rovesciare lo schema: individuare dei leader in funzione di un’identità politica che deve nascere in relazione al progetto di trasformazione della società e l’idea di Paese che insieme vogliamo proporre. Proviamo a partire da una comune critica dell’esistente, da una comune ambizione di cambiamento, da una collettiva denuncia delle ingiustizie e delle distorsioni che caratterizzano il capitalismo italiano in questa fase».

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