Duccio Galimberti, l’atto di nascita della Resistenza

Il 26 luglio di 70 anni fa, all’indomani della caduta di Mussolini, lo storico discorso in piazza a Cuneo: oggi è stato ricostruito
Mauro Baudino – La Stampa

Il suo fu il primo discorso della Resistenza, l’atto di nascita pronunciato, all’indomani della caduta di Mussolini, dal balcone dello studio di avvocato, a Cuneo, in quella che allora si chiamava piazza Vittorio e in seguito è stata dedicata a lui, Duccio Galimberti. Esponente di punta del Partito d’Azione, che aveva contribuito a fondare nel ‘42, il giovane avvocato cuneese vide con chiarezza che cosa aspettava l’Italia del dopo 25 luglio. E contro il clima di euforia e attendismo lanciò già la mattina del 26, circondato dai collaboratori e dagli esponenti dell’antifascismo locale, quello che sarebbe stato l’imperativo categorico della Resistenza: la guerra continua sì – come aveva detto Badoglio – ma fino alla cacciata dell’ultimo tedesco e alla sconfitta definitiva del fascismo. Sapeva che l’esercito tedesco stava occupando militarmente il territorio di quelli che considerava già ex alleati. Sapeva che bisognava agire subito, perché «i tedeschi e i loro complici fascisti non rinunceranno a perdere le posizioni di forza possedute in Italia… Sarà guerra di liberazione contro i tedeschi e i fascisti».

Questo discorso non venne registrato, né trascritto. Le sagome fotografiche con i protagonisti di quel giorno, poste sul terrazzo dal Comune, sembravano destinate a restare mute. Il senso generale è ben noto, ma le parole che Galimberti pagò con la vita (catturato come partigiano, fu assassinato dai fascisti nel ‘44) parevano irrimediabilmente svanite nel tempo. Ora Livio Berardo, presidente a Cuneo dell’Istituto Storico della Resistenza, le ha ricostruite, mettendo insieme le poche fonti e avvalendosi di documenti inediti: lettere di Galimberti, e soprattutto gli appunti presi forse nello stesso giorno sulla situazione politica, quasi un canovaccio di ciò che aveva detto, annotato a posteriori. Venerdì sera, settant’anni dopo, quelle parole torneranno così per la prima volta a risuonare in piazza, nel cuore di uno spettacolo organizzato con la compagnia Assemblea Teatro.

Sono le stesse? Livio Berardo ha fatto precedere la sua «trascrizione» da un celebre passo di Tucidide sulla necessità di riportare le parole «così come sembrava che ciascuno avesse potuto dire». Rispetto allo storico greco, però, ha un vantaggio. Esistono ricordi scritti di combattenti della Resistenza, c’è la testimonianza di Nello Streri, protagonista della vita politica cuneese che allora era un ragazzo e ascoltò con attenzione; e c’è soprattutto un blocco di sei foglietti scritti a matita, «nervosamente corretti e ricorretti, posteriore di una giornata, forse anche meno, come si può dedurre dai riferimenti interni» che contengono «un bilancio delle manifestazioni popolari del 26 luglio» e indicano i nuovi obiettivi politici del PdA, come ci spiega Berardo. «Per quanto riguarda la sostanza non ci sono dubbi; per lo stile, sono sicuro al novanta per cento».

Far emergere dal tempo la voce di Galimberti è stato certo un azzardo. L’ultimo discorso trascritto è del ‘37, e la sua retorica è ancora aulica, in fondo convenzionale. «I suoi appunti sono stati il vero canovaccio stilistico su cui lavorare». A posteriori, perché quello fu certamente un discorso improvvisato. Ma in quei giorni frenetici, le stesse parole dovettero essere ripetute più volte, tant’è vero che nel pomeriggio Galimberti era già a Torino, dove tentò di arringare la folla in piazza Castello (e fu colpito da un mandato di cattura, poi ritirato). A Torino non c’era però microfono, la gente non si accorse di nulla, e non si fermò. A Cuneo invece lo si era fortunosamente trovato, da un elettricista che possedeva un rarissimo apparato di amplificazione. La folla fu tale che venne dispersa a manganellate dalla polizia. Come spesso accade, il caso fissò la storia.

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