Il mio intervento a Budrione:

Pubblico il mio intervento alla commemorazione del 68° anniversario della Battaglia di Budrione:

 

budrione_carpi

 

Saluto le autorità civili, militari, e religiose, un saluto particolare alle associazioni combattentistiche presenti qui oggi.

Siamo qui a ricordare il 68° anniversario di un avvenimento, storico, civile, e di armi che questo territorio ha vissuto, sono impressi nella nostra memoria, la battaglia, i caduti che oggi onoriamo, i rastrellamento, le rappresaglie, la lunga prigionia nelle carceri, la mobilitazione delle comunità, sono per noi avvenimenti ancora vivi nella nostra memoria.

Il ricordare, il non dimenticare è una nostra missione, il rendere onore alle vittime, come a tutte quelle che hanno combattuto e reso onore all’Italia, riportandole la libertà, la democrazia, la pace, deve essere una missione.

Un impegno che le amministrazioni che ci hanno preceduto come anche questa hanno assunto. Per questo che Carpi ha lanciato ormai da anni il progetto memoria, perché ricordare è importate, ma insegnare a chi non ha vissuto, a chi non ha avuto un nonno, un parete che ha raccontato, bisogna spiegare, perché le cose che sono successe non debbano mai più riaccadere. Per questo anche quest’anno grazie all’impegno della Fondazione Fossoli e dell’amministrazione partirà da Carpi un “Treno per Auschwitz” con diverse scolaresche che raggiungeranno la Polonia, entreranno nel campo, vedranno con i loro occhi cosa è accaduto, perché la memoria non venga mai meno.

La dittatura, la guerra, l’occupazione e la lotta per la libertà quante giovani vite hanno spezzato?
Troppe. Quando qualcuno chiede se dopo tanti anni non sia giunto il momento di arrivare ad una pacificazione nazionale, penso di sì, perché i morti sono tutti uguali, ma le responsabilità non sono uguali, c’è chi ha condotto il nostro paese in quel assurdo viaggio fatto di terrore e morte, non potrà mai essere messo sullo stesso piano, di chi ha lottato invece per riportare l’Italia sulla carreggiata della Pace, della Libertà della Democrazia.
Non potrà mai esistere pacificazione senza questa chiara distinzione e senza essere chiare queste diverse responsabilità, anche dopo 68 anni.

Qui il motto resistenziale e di ribellione è stato alimentato dal “Mi interessa”, dal “mi impegno”, il contrario del “me ne frego” . Questo perché era chiaro soprattutto qui in queste terre dove la solidarietà tra lavoratori, contadini, braccianti era la leva su cui reggevano i rapporti sociali.

Qui noi sappiamo che “uno non po’ stare bene fino a quando i suoi vicini non stanno bene anche loro, insieme a lui”.
Mettere in gioco la cosa più preziosa che una persona ha, la propria vita, perché i suoi vicini, la sua comunità, possa stare meglio, possa vivere in pace, in libertà, credo sia l’esempio più alto di questo modo di vedere le cose, del sacrificarsi per il bene comune.

Questo lo spirito della nostra gente, questo è il nostro spirito, lottare perché tutti stiano meglio, e solo stando uniti, capendo quali sono le sfide da affrontare, guardandole diritte negli occhi, mettendoci a braccetto gli uni a fianco degli altri, queste sfide le abbiamo sempre vinte. La lotta di liberazione è l’esempio più alto, ma le lotte per i diritti dei lavoratori, e per il lavoro; i sacrifici compiuti per fare di Carpi una delle città più ricche, più belle d’Italia e d’Europa, hanno visto una comunità andare unità verso queste sfide, e vincerle.

Occorre coltivare un sentimento una cultura anche oggi che metta al centro il “mi interesso, mi impegno”, perché l’alternativa è solo una il “me ne frego” che poi porta i guasti che tutti noi oggi ricordiamo, ma che se non combattiamo quotidianamente, questi valori potrebbero tornare, ed oggi il lavoro da fare è più duro, la cultura che si sta diffondendo, va nella direzione opposta.

Il chiudersi in casa, il disimpegno, è mettersi volontariamente fuori gioco, ci portano a pensare che “l’importante è che stia bene io e la mia famiglia”, è questa è la morte civile di una comunità che ha sempre fatto affidamento su tante spalle su cui appoggiarsi, in una rete di solidarietà diffusa e larga che va ben oltre la propria famiglia,

Si sta diffondendo una cultura del “l’importante è il mio orto, l’importante è che io stia bene” la versione moderna del “me ne frego”, oggi il pericolo è che questa cultura avanzi e preda il sopravento anche qui.

L’impegno che dobbiamo assumerci è che la pianta della democrazia, della libertà, della pace, della uguaglianza, che è stata piantata con le lotte per la libertà prima, per il lavoro e la democrazia dopo, lotte che hanno significato sacrifici e lutti, ha bisogno perché non appassisca che giorno dopo giorno venga innaffiata, venga coltivata, venga curata, facciamo insieme.

Oggi abbiamo una nuova sfida da vincere, sempre con lo stesso spirito, la SFIDA DELLA RICOSTRUZIONE.
Il terremoto che ha colpito queste terre, ha segnato in alcuni casi lutti, tragedie, ha distrutto molte case, fabbriche. Nessuno di noi dimenticherà mai quei giorni.

Sono state settimane dove nessuno si è risparmiato, ci siamo ritrovati accampati nei parchi pubblici, con tende, macchine, furgoni, in poco tempo tutto quello che avevamo costruito in vite di lavoro e sacrificio era racchiuso dai pochi effetti personali raccolti prima della fuga, dagli affetti che avevamo intorno, la famiglia, gli amici. In una frazione di secondo ci siamo trovati privati delle nostre sicurezze e certezze.

Ma anche in quella occasione, drammatica, è venuto fuori il nostro spirito, la nostra voglia di reagire.

Dopo poche ore dai crolli la disperazione ha lasciato il posto alla voglia di ri-partire di non arrendersi. Molti si sono rimboccati le maniche ed hanno spostato mattone su mattone per ricostruire la propria casa la propia fabbrica la propria vita.

Nei parchi uno vicino all’altro ci siamo aiutati, abbiamo dato quello che potevamo a chi aveva meno di noi, coperte, da mangiare da bere, abbiamo trasformato anche questa esperienza, traumatica, che mai nessuno avrebbe immagino di vivere, in una risposta collettiva all’impegno.

Polisportive, centri civici, parrocchie, scuole, aperte dopo poco le prime scosse, per dare assistenza alla popolazione, donne e uomini che avevano case inagibili, che avevano paura come tutti, ma da subito si sono messi a disposizione per dare una mano un aiuto. Cucine da campo improvvisate, hanno cominciato a dare i primi generi di conforto… ebbene questo è stato possibile perché da noi quel moto resistenziale che dicevo il “Mi interessa, il mi impegno”, era il frutto di stratificazione di valori di senso della comunità che la prova del Terremoto ha ri-messo in luce.

Ora la sfida della ricostruzione deve vederci ancora insieme, con quello spirito, sapendo che non sarà una passeggiata, che ci saranno dei problemi da superare, delle difficoltà da affrontare, ma che potremmo vincere solo se saremo capaci di stare tutti insieme, uniti, e capiremo insieme come affrontarli e superarli. La prova che stiamo vivendo non è facile, ma sono certo che abbiamo tutte le caratteristiche per potercela fare. Chiaro deve però deve essere che noi Emiliani siamo forti, siamo persone che non si demoralizzano, ma questa volta serve l’aiuto dello stato perché da soli abbiamo dimostrato di potercela cavare, di poter reagire, ma per ripartire serviranno risorse che non sono alla nostra portata.

La reazione al terremoto è stato l’ultimo esempio concreto di cosa significa credere alla propria comunità, di cosa significa sacrificarsi per il bene comune, esattamente come 68anni fa, giovani, donne e uomini, si mettevano in gioco per poter dare una speranza ai propri figli e alla comunità, oggi da quegli avvenimenti dobbiamo imparare, trasmettere quei valori, per avere la forza, la tenacia, la volontà di superare ancora una volta una sfida importante per il futuro nostra città.

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