Piatti e bicchieri di plastica da maggio nella differenziata

 

Grazie a un’intesa tra Conai e Anci oltre settemila comuni riducono ulteriormente la quantità di scarti che finscono in discarica. Legambiente: "Ma ora bisogna puntare al riciclo garantendo la qualità"di VALERIO GUALERZI repubblica.it

ROMA– Differenziata, dal primo maggio si cambia. Della schiera di prodotti che si possono avviare al riciclo negli appositi raccoglitori per la plastica entrano a far parte anche piatti e bicchieri di usa e getta. La novità, frutto di un’intesa tra il Conai, il consorzio nazionale degli imballaggi, e l’Anci, l’associazione nazionale dei comuni d’Italia, riguarderà quasi 7.300 municipi. Si tratta però di una diposizione non vincolante, anche se le amministrazioni locali dovrebbero avere tutto l’interesse ad aumentare la percentuale di raccolta differenziata.
Le stoviglie monouso (sono escluse per il momento dal provvedimento le posate) rappresentano oggettive difficoltà di riciclo. Sono realizzate in polimeri poco pregiati dal punto di vista del riutilizzo e il rischio che finiscano nei bidoni ancora sporche di cibo (almeno una sciacquata è bene dargliela) è molto alto. Il motivo per cui sino ad oggi sono rimaste fuori dalla differenziata è però un altro ed è di carattere economico-normativo piuttosto che tecnico. I produttori di imballaggi non erano tenuti infatti a versare al Conai il corrispettivo eco-contributo per la raccolta.

Mancanza che è stata ora colmata, con immaginabili ricadute positive sulla quantità di raccolta differenziata realizzata dai comuni, anche se ai fini delle statistiche formulate in peso si tratta in realtà di materiale molto leggero. L’aggiunta di piatti e bicchieri alla lista delle cose che possono finire nel cassonetto della

plastica solleva però anche qualche nuovo problema. "In termini di quantità sono stati fatti importanti passi avanti, ma ora sta sorgendo una questione di qualità del materiale raccolto", avverte il direttore scientifico di Legambiente Stefano Ciafani. "Troppo spesso – aggiunge – la qualità non è adeguata, con il risultato che mediamente solo metà della plastica raccolta viene avviata al riciclo mentre un altro 50% è destinato al cosiddetto recupero energetico, ovvero viene bruciata per produrre elettricità o calore".
A Milano, ad esempio, il grado di impurità nella raccolta della plastica si aggira attorno al 18%. "Più che puntare su un ulteriore aumento della differenziata – sottolinea ancora Ciafani – è giunto il momento di ottenere una maggiore percentuale di riciclo. Un aiuto potrebbe venire dall’obbligo per i produttori di imballaggi di specificare il materiale utilizzato nella confezione. Spesso in assenza di indicazioni precise anche gli addetti ai lavori hanno dubbi sulla riciclabilità di alcuni oggetti che finiscono nel bidone della plastica. Inoltre bisognerebbe scoraggiare l’utilizzo di polimeri diversi per singoli prodotti. Le bottiglie di plastica, ad esempio, sono realizzate con ben tre materiali diversi: uno per il fondo, più duro e resistente, uno per l’impugnatura, più morbido e flessibile, e un terzo per il tappo".

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