Bufera sui certificati antimafia allarme di Borsellino e Lo Bello

Dopo le dichiarazioni di Renato Brunetta che, in nome della semplificazione, propone di eliminare il documento sulle contiguità delle aziende con Cosa nostra, insorgono Confindustria e la sorella del magistrato assassinato in via D’Amelio: “Non sa di cosa parla”. Poi il ministero precisa: “Non scompare il documento, ma l’obbligo di presentazione da parte delle aziende”
di MASSIMO LORELLO repubblica.it

Senza certificati antimafia sparirebbe la libertà d’impresa e le aziende vicine a Cosa nostra rialzerebbero rapidamente la testa. È questa – secondo Rita Borsellino e Confindustria Sicilia – la reazione che si scatenerebbe nell’Isola se dovesse diventare legge quanto annunciato oggi dal ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, a proposito delle misure che saranno contenute nel decreto Sviluppo.
“Una delle vitamine per la crescita è la semplificazione. Perché famiglie e imprese devono fornire certificati alla pubblica amministrazione che li ha già in casa? Basta certificato antimafia”, ha affermato il ministro.

“Premesso che non ho alcuna intenzione di alimentare polemiche, reputo l’abolizione del certificato antimafia un duro colpo alla libertà d’impresa”, afferma Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia. E aggiunge: “Proprio grazie al certificato antimafia e ai numerosi protocolli di legalità che sono stati creati, tante imprese pulite hanno potuto misurarsi con il mercato. Anzi, è il mercato stesso a essersi rafforzato grazie ai controlli sulle aziende. Perché in precedenza le società vicine a Cosa nostra schiacciavano le concorrenti oneste. Venendo meno il certificato antimafia, cadrebbe un controllo fondamentale. E si rischierebbe tornare ad anni bui per il mondo dell’impresa e per la Sicilia intera”.

“Ovviamente le certificazioni antimafia – conclude LoBello – possono essere rilasciate in tempi più rapidi e in questo senso occorre lavorare sulle enormi potenzialità tecnologiche della varie amministrazioni pubbliche, valorizzando ad esempio il patrimonio tecnologico e informativo del sistema delle camere di commercio, come peraltro avviene con successo a livello locale con tanti protocolli siglati dalle camere di commercio con le prefetture e le istituzione preposte al controllo di legalità. Molte delle altre certificazioni possono sicuramente essere abolite o acquisite d’ufficio, in tal senso oggi la tecnologia offre una enorme opportunità di semplificazione”.

Rita Borsellino, deputato al Parlamento europeo e sorella di Paolo, il magistrato assassinato in via D’Amelio, attacca: “Brunetta non sa di cosa parla. Il certificato antimafia è uno strumento fondamentale a garanzia della libertà di impresa e della sana concorrenza. Uno strumento che, piuttosto, andrebbe potenziato, soprattutto per evitare le infiltrazioni in quella rete di subappalti che, come dimostrano le inchieste della magistratura, rappresentano uno dei principali business sommersi delle mafie, al Sud come al Nord. Il vero problema delle piccole e medie imprese italiane non è il certificato antimafia, né il Durc, strumento a garanzia di chi non evade le tasse, ma la malaburocrazia. Un problema che questo governo, di cui Brunetta fa parte, non ha mai veramente affrontato”.

In Sicilia sono preoccupati anche gli imprenditori e gli esercenti che si sono ribellati al pizzo. “È fondamentale l’esclusione dal mercato delle imprese in odore di mafia o rette da prestanome dei boss – afferma Enrico Colajanni, presidente dell’associazione antiracket “Libero futuro” – Siamo d’accordo per riformare la pubblica amministrazione, per ridurre il peso della burocrazia. Ma i certificati antimafia non possono essere eliminati perché garantiscono l’esistenza stessa delle aziende sane, le aziende delle persone oneste”.

Ma dopo le preoccupate reazioni, il ministero precisa: “Non scomparirà il documento, ma l’obbligo di presentazione da parte delle aziende. Dovranno procurarselo le pubbliche amministrazioni”

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