Il Quirinale vuole sapere se la maggioranza tiene

Il Capo dello Stato ha sempre dichiarato che “il governo resta al suo posto finché ha la maggioranza”. L’esecutivo battuto ripetutamente in Aula lo spinge a “pre-consultazioni” in vista di un possibile precipitare della situazione
(di FRANCESCO BEI repubblica.it)
TUTTI gli ingranaggi stanno scattando all’unisono e il Cavaliere sente la trappola stringerlo alla gola: l’azione delle procure, le intercettazioni, il processo Mills e, da ultimo, il declassamento di Standard & Poor’s. Una doccia fredda per il premier che considera la decisione dell’agenzia di rating americana “tutta e soltanto politica”. Parte di un “disegno preciso” nato tra i “circoli anglofoni” che avrebbero interesse a speculare sul fallimento dell’euro.

I suoi consiglieri hanno studiato riga per riga le motivazioni del verdetto di condanna. Ieri giravano alla Camera con una cartellina che conteneva la versione originale del “rating”, per spiegare che la stessa agenzia ammette di aver considerato “soltanto i fattori politici, senza assegnare alcuno “score” (punteggio) ai fondamentali dell’economia come la struttura economica, la bilancia commerciale e la politica monetaria”.

Ma questi sono dettagli che all’estero non contano affatto. Se ne sta accorgendo il ministro Franco Frattini, volato a New York per l’assemblea dell’Onu disertata dal Cavaliere. Che sta avendo difficoltà ad avere incontri bilaterali per quello che tutti i giorni i giornali stranieri raccontano dell’Italia.

Di questo deficit di credibilità del governo è massimamente allarmato il capo dello Stato, che non a caso ha intensificato in queste ore i suoi colloqui politici al Quirinale. Una serie di incontri – prima con Casini, poi con Bersani, ieri Maroni e i capigruppo del Pdl Cicchitto e Gasparri – che appaiono delle vere e proprie “pre-consultazioni” per capire come muoversi nel caso la situazione precipiti. E i segnali di scollamento della maggioranza sono evidenti.

L’incontro di Cicchitto e Gasparri era stato chiesto sabato scorso dal Pdl per sottoporre al capo dello Stato il problema della “competenza” della procura di Napoli a indagare su Lavitola e Tarantini. Ma ieri di questo non si è parlato, anche perché nel frattempo i pm si sono spogliati da soli dell’inchiesta e l’hanno inviata a Roma. Il problema sul tavolo era invece proprio la tenuta della maggioranza, mitragliata ieri da ben cinque votazioni a Montecitorio su un provvedimento del ministro Prestigiacomo. Napolitano ha chiesto conto ai due ospiti dello sfarinamento del Pdl, dove si sono contati 44 assenti. E si è sentito rispondere il ritornello del “va tutto bene”, “la maggioranza c’è” e “il governo tiene”: le ripetute sconfitte in Aula sarebbero attribuibili soltanto a una “trascuratezza” dei singoli deputati, convinti che “la loro presenza non fosse necessaria”. Sta di fatto che quella condizione elementare richiamata da Napolitano a Cernobbio ai primi di settembre – “il governo resta al suo posto finché ha la maggioranza” – improvvisamente sta venendo meno.

Di questo il presidente della Repubblica è preoccupato. Ne ha parlato anche con gli esponenti dell’opposizione, chiedendo loro fino a che punto fossero disposti a farsi coinvolgere in un governo di emergenza nel caso fosse indispensabile. E ha ricevuto risposte positive. Non è un caso se Pier Luigi Bersani ieri abbia riposto nel cassetto la richiesta di elezioni subito, per annunciare che il Pd è pronto a “servire il Paese” per fronteggiare la crisi, ma solo se ci sarà una “novità politica” (cioè un passo indietro del premier). Così come va letta con attenzione la dichiarazione di Pier Ferdinando Casini, reduce anche lui da un incontro al Colle nei giorni scorsi. Napolitano, ha detto sibillino il capo dell’Udc, “non ha la possibilità di fare quello che tutti noi vorremmo e forse in privato vorrebbe anche lui”, ovvero sostituire Berlusconi. Tuttavia “il suo silenzio non è inoperoso”.

Come dire che il capo dello Stato si tiene pronto a tutto nel caso la maggioranza venga meno per un incidente parlamentare. Un “incidente” come quello che potrebbe capitare domani sul voto segreto per l’arresto di Marco Milanese. Italo Bocchino, parlando in Transatlantico con Dario Franceschini, faceva ieri questo pronostico: “Dai 20 ai 30 deputati del Pdl voteranno contro Milanese insieme a 30 maroniani. Dall’opposizione dobbiamo calcolare non più di 5 per ogni gruppo che non seguiranno le indicazioni ufficiali. Alla fine per pochi voti passerà il sì all’arresto”. E Franceschini: “Io sui nostri deputati sono strasicuro”.

In attesa di un voto che potrebbe travolgere tutto, Berlusconi ieri ha incassato con sollievo la decisione del Gip di Napoli sulla competenza dell’inchiesta Lavitola-Tarantini. “Era ovvio – ha commentato – che alla fine sarebbe stata ristabilita la correttezza delle cose, ma il danno enorme che ho subito e che ha subito il Paese chi lo ripaga? Ho fatto bene a non incontrarli, era una trappola e ora è evidente”.

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