La funzione nazionale dei partiti

Alfredo Reichlin
presidente del Centro studi di politiche economiche

 

reichlin

Ciò a cui stiamo assistendo è la più grande mutazione del mondo mai avvenuta nella storia moderna. Parto da qui, perché è vero che il mondo è sempre cambiato ma questo è molto di più di un cambiamento: è la fine della occidentalizzazione del mondo. L’Europa cessa di essere il luogo dove si è formato il pensiero moderno: dai diritti della persona, allo Stato, la scienza, l’illuminismo, Carlo Marx e Adamo Smith, la libertà di opinione. Dove quindi si è formata anche la sinistra, si è pensata l’emancipazione sociale, si è creata la civiltà del lavoro.

Dico queste ovvietà per avere almeno il senso del problema che ci sfida. E, dopotutto, questa è anche la ragione che ci ha spinto a pensare la necessità di un partito davvero nuovo e non l’assemblaggio di vecchi Stati maggiori. So bene che i partiti non s’inventano. Si affermano se sono storicamente necessari. E allora perché noi oggi saremmo necessari? A fronte di quale problema che non sia solo la gestione del potere? Una cosa mi sembra ormai abbastanza chiara: il nostro ruolo è fermare il declino della nazione che è già cominciato.

È da 10 anni che non cresciamo per cui anno dopo anno ci stiamo già impoverendo rispetto al resto d’Europa (il nostro reddito pro-capite è già 10 punti sotto la media). E qui sta la ragione fondamentale della sfiducia dei mercati. Non basterà cacciare Berlusconi. Bisognerà ricostituire il tessuto lacerato dello Stato e della nazione e dare ad essa un governo degno di questo nome. Insomma: riprogettare l’Italia, e le ragioni della sua unità. Io sono fiducioso perché vedo i segni di una riscossa possibile. Gli ultimi risultati elettorali questo ci hanno detto.

È una nuova generazione che sta prendendo la parola. Non è poco. E nel voto io non ho visto solo la condanna politica e morale di Berlusconi, ma, insieme a questa, un fenomeno più profondo: il bisogno della gente di riappropriarsi della propria vita. Una riscossa civica dice Bersani. È vero, ma insieme al rifiuto delle vergogne del “bunga-bunga”, in quel voto io ho visto anche una condanna del degrado della politica: questa politica senza finalità, senza analisi, né programmi, alla ricerca solo di un consenso a breve, subalterna al potere economico.

Io parto da qui, perché è questo mutamento più profondo già in atto nel rapporto tra la politica l’economia e la società che chiede una forza davvero nuova, più credibile agli occhi delle nuove generazioni. Non più la somma di vecchie storie ma un partito più aperto e più inclusivo e che sia sentito come il motore di un movimento riformatore molto vasto. Un partito il quale sia sorretto da una cultura in grado di rileggere i problemi italiani alla luce del fatto che ovunque stanno cambiando le mappe sociali e il rapporto tra il denaro e la ricchezza reale.

Chi comanda? A che cosa si riduce la democrazia moderna in un mondo in cui si allarga sempre più il divario tra la potenza di un’economia a dominanza finanziaria che è globalizzata e muove le ricchezze del mondo secondo logiche che riguardano sempre meno i bisogni umani e il potere della politica. Una politica priva dei vecchi strumenti del comando, lo Stato nazionale e i grandi partiti. Con la conseguente incapacità del cittadino di partecipare a decisioni che riguardano la sua vita e il suo destino. Se non parliamo di questo, cioè della crisi della democrazia, di che parliamo quando pensiamo a nuovi partiti?

Non bastano i movimenti, la protesta e la propaganda, occorre riorganizzare le volontà collettive, un cervello collettivo e una forza organizzata. Non è facile. La condizione è cominciare dal definire la cosa più semplice, ed essenziale, che è questa: un grande partito si afferma e occupa la scena se interpreta non il conflitto di ieri ma quello di oggi, quello dominante, e quindi se è chiaro dove si colloca. Con chi e contro chi. Con chi e contro chi? Questa è la condizione necessaria per dare un’anima al Partito. Non dimentichiamo che il socialismo occupò in Europa la scena nel Novecento quando non solo difese gli operai nel nuovo conflitto industriale (profitto contro salario) ma inventò armi sconosciute per allora e straordinarie come il suffragio universale, il sindacato, il partito di massa, i diritti sociali.

E così impose un compromesso democratico al capitale. In modi molto diversi. Oggi questo tema si ripropone dal momento che il modello liberista ha fatto fallimento. Ma pesa il vuoto di un nuovo pensiero capace di misurarsi con una domanda cruciale: il mondo può essere governato sulla base di un così grande squilibrio tra la potenza dell’economia globalizzata, non sottoposta ad alcune regole e il potere della politica intesa come libertà delle comunità di decidere del proprio destino? Per molto segni questa contraddizione sta cominciando a manifestarsi. Guardiamo al sommovimento che sta scuotendo il mondo arabo. Venendo a noi, guardiamo ai movimenti delle donne.

Emerge con forza il bisogno di nuovi ruoli e nuovi diritti. E fondamentale tra questi il diritto al lavoro. Il lavoro inteso come creatività e libertà e realizzazione di sé della persona. È una grande questione politica, non sindacale. La quale s’intreccia con altre grandi questioni come l’uguaglianza di fronte alla legge, così come con quell’altra questione di cui la vecchia sinistra non si è mai occupata e che è il futuro dell’impresa. Parlo del luogo dove si fanno le cose e non fa il denaro speculando sul denaro, e sui debiti. Parlo dell’ impresa come il luogo dove, attraverso la collaborazione di forze diverse si fa l’innovazione e si crea l’economia reale.

Attenzione. Sono queste le ragioni per cui è in gioco il fondamento della democrazia. Perché su che cosa si regge una democrazia e su che cosa si basa la vitalità delle istituzioni se (dico la cosa più semplice) un giovane sa in partenza che la sua vita e il suo destino saranno solo una successione di lavori precari? D’accordo, il lavoro non è tutto. Ma come quel giovane potrà costruire la sua persona e farsi carico dell’interesse pubblico? Cosa diventa una comunità quando i ricchi diventano sempre più ricchi e, sopratutto quando la ricchezza privata si nutre della miseria pubblica?

Guardiamo solo per un momento al senso di questa crisi economica in nome della quale si stanno imponendo ai meno abbienti sacrifici fino alla miseria. Al fondo essa nasce dall’avidità di guadagno del sistema finanziario mondiale il quale per arricchirsi ha spinto al massimo i consumi privati attraverso le carte di credito e i debiti facili, sacrificando così gli investimenti pubblici, e quelli nella produzione. Poi quando è scoppiata la bolla speculativa e si è arrivati al fallimento, è avvenuto qualcosa di paradossale. I governi si sono indebitati per migliaia di miliardi di dollari per salvare le banche. Con l’effetto che il debito privato è stato trasformato in debito pubblico.

E chi paga il debito pubblico? Lo pagano i servizi sociali e i salari. Lo pagano i tagli agli investimenti produttivi, e quelli per l’occupazione e lo sviluppo. Risultato: la ricchezza privata si è nutrita della miseria pubblica. Ecco perché io sento molto il bisogno di spingere il riformismo a uscire dal pensiero debole di questi anni. Ma, attenzione, non per nostalgia di “sinistrismo” oppure in nome di non so quale nuova “narrazione” fantastica, alla Vendola ma come risposta al modo come nel tessuto democratico occidentale ha fatto irruzione questa forma nuova di economia e di potere che obbedisce non solo a logiche di profitto (non ci sarebbe in ciò nulla di strano) ma tali da distruggere il legame sociale, a rompere quei compromessi e quei valori che sono il necessario presupposto dei regimi democratici.

So che questo tema è molto ostico al pensiero “liberal” di questi anni. Ma gli effetti sono stati catastrofici. E non solo quelli economici (la bolla speculativa) ma quelli morali e perfino antropologici: un sistema basato sull’azzardo morale, sul debito e sul denaro che produce denaro, non può che condurre alla devastazione delle risorse naturali e all’impoverimento dei ceti laboriosi. Ecco perché la grande questione con la quale dobbiamo tornare a misurarci. È il destino e il ruolo del lavoro umano. Non solo il lavoro operaio ma, certamente, anche quello dell’imprenditore, del produttore, dell’intellettuale, dell’artigiano. Una cosa diversa rispetto al lavoro dei tempi di Di Vittorio. Ma una cosa altrettanto forte.

Si tratta di un’idea di giustizia e di solidarietà, capace di coinvolgere i ceti più moderni e creativi riconoscendo i meriti oltre che i bisogni, e dando la parola a una nuova generazione che è insofferente delle vecchie bordate. Sono sempre stato convinto che non si può formare un grande partito senza una visione di lungo periodo. Ma in cosa consiste oggi questa visione se non nell’emancipazione sociale intesa come un fenomeno che non cancella i contrasti di classe, ma non si riduce a questi.

Tutta la storia è andata avanti grazie al progressivo affrancamento dell’individuo dalle vecchie barriere in cui si era andata via via organizzando la società: dai vincoli feudali al ruolo dei sessi, fino alle contrapposizioni sociali su basi ideologiche. Ed è per questo che non sono accettabili le logiche di un’oligarchia finanziaria che tende a invadere – anche attraverso il controllo dell’informazione e degli strumenti che producono il “senso comune”- tutti gli ambiti della vita.

La società non può ridursi a società di mercato, senza disgregarsi. L’individuo lasciato solo non può fare appello a quelle sue straordinarie capacità creative che non vengono dal semplice scambio economico ma dalla memoria, dall’intelligenza accumulata, dalle speranze e dalla solidarietà umane. Lo sviluppo umano. Dopotutto è questo l’obiettivo e il segno identitario del partito democratico, la sua missione originale. Che cos’è nel mondo di oggi un partito? Come è possibile organizzarlo e farlo vivere in una società non più di classe ma degli individui?

Dopotutto i grandi partiti sono esistiti perché erano, chi più chi meno, “nomenclatura delle classi” e traevano la loro forza dalle fratture e dalle contraddizioni di una società divisa in blocchi sociali. Io penso che sia vano discutere sulla costituente di un nuovo partito se non si affronta questa questione cruciale: che cos’è e a cosa serve un partito nella società individualista di oggi. È assolutamente vero che il tempo di quello che si è chiamato lo Stato dei partiti è finito e che non si governa più solo in nome di un blocco sociale rappresentato dal partito e dal sindacato.

In più governare significa sempre più dettare regole, arbitrare una crescente complessità e varietà di poteri (non solo economici). Significa tener conto della dimensione e del condizionamento internazionale dei problemi. Comporta l’uso di agenzie e di strumenti di conoscenza che i partiti non hanno. Allora non servono più i partiti? Io risponderei che non è così perché la grande novità è che per garantire il “governo lungo” della società più che mai ci vogliono organismi ai quali spetta rendere chiara e mettere in campo un’agenda politica più vasta.

Questo è il punto. Il partito come “padrone” del governo recede, ma come fattore guida della comunità avanza più di prima sulla scena. In altri termini ci appare meno utile come strumento di potere, mentre c’è bisogno più che mai di partiti che si pongono come guida etico-politica e come riformatori della società, perché capaci di mobilitare forze, intelligenze e passioni. Insomma i grandi partiti si fanno con le grandi idee e anche con i grandi sentimenti.

Il mondo, così com’è, non va bene. In vaste zone del mondo si assiste ormai alla dissoluzione di ogni potere statale per cui grandi masse umane non solo sono povere ma non conoscono leggi, diritti, strumenti e servizi pubblici elementari. Non sanno più chi sono. E basta guardare i volti disperati dei miserabili che sbarcano sulle nostre coste e gli sguardi dei loro bambini per rendersi conto di quanto odio stiamo seminando e di quali spazi enormi si aprono per la violenza, per i traffici di droga e di armi, per la corruzione e la distruzione dei beni ambientali, per guerre civili endemiche. Le donne e gli uomini del Partito democratico devono sentire tutta la responsabilità che si assumono e la grandezza del messaggio che mandano.

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