COSA VUOL DIRE RESPONSABILITÀ di Alfredo Reichlin

(Unità del 14 luglio 2011)

È il momentodelle responsabilità.  Sì, certamente. È in gioco come poche altre volte il destino  dell’Italia ed è su questo terreno  che le forze della sinistra e della  democrazia italiana sono chiamate  alla prova. Devono dimostrare  di non essere un assemblaggio di  vecchie storie e di saper guardare  al di là dei calcoli di parte. In sostanza  devono dare la prova che  sono in grado di prendere in mano  il Paese e di dare ad esso una nuova  guida. Ma una nuova guida rispetto  a cosa?Certamente rispetto a questo miscuglio di impotenza  e di corruzione che è il governo Berlusconi.  Ma credo che, se non gettiamo lo sguardo su ciò  che sta succedendo in Europa e nel mondo, noi da  questa fogna non usciamo bene. E credo anche  che in questo sforzo stia la prova regina del senso  di responsabilità del Partito democratico. Voglio  dire che le nuove e diverse ipotesi di governo di  cui si discute saranno positive solo se il Pd saprà  essere il perno di una nuova corrente ideale (se  non ora, quando?) e di un nuovo schieramento di  forze reali capaci di risanare la finanza pubblica  (il compito ineludibile dell’ora) con la rimessa in  motodello sviluppo sociale e culturale della società  italiana.

Nonè realistico? Al contrario amesembra  non realistico affrontare la sostanza del problema  economico italiano senza mettere in campo  una nuova soggettività politica che esprima la  capacità di rappresentare un’Italia più unita e una  società più giusta sulla scena europea e mondiale.  È su questa idea di fondo che si deve lavorare.  L’Italia non può uscire dalla crisi senza dotarsi di  unpartito che spenda tutto se stesso nel partecipare  allo sforzo assolutamente necessario per evitare  che il disegno dell’Europa venga travolto.  La grandezza e la novità dei problemi chiedono  a noi qualcosa che allude aunnuovo universo concettuale.  Sono stati versati fiumi di inchiostro sulla  mondializzazione. Ma questo grandioso fenomeno  storico va ormai valutato anche sulla base  degli sconvolgimenti che sta creando nella vita sociale  e perfino – direi – nella mente e nel modo di  essere dell’uomo moderno. La politica è in forte  ritardo. Sembra ancora rimasta alla vecchia disputa  tra statalisti e mercatisti mentre i fatti ci dicono  altro: e cioè che ormai sono in atto trasformazioni  che stanno cambiando la natura stessa dello Stato  e dei mercati e si va formando una nuova classe  globale fatta di finanzieri, grandi manager, fruitori  di nuove rendite. Non a caso sul Fatto di ieri  Marco Onado si domanda se ciò che sta succedendo  sia soltanto colpa delle sordide manovre di una  speculazione internazionale orchestrata da pochi  operatori senza scrupoli e si risponde che la crisi  ha invece fatto capire che ormai la speculazione  ha superato da un bel pezzo questa dimensione.  Prima di tutto ha assunto dimensioni spaventose,  dice Onado: il volume complessivo dei titoli derivati  è più di undici volte il Pil mondiale, ogni giorno  solo sul mercato dei cambi avvengono operazioni  per 14 trilioni di dollari vale a dire per qualcosa  che pari al prodotto interno lordo degli Stati  Uniti. Perciò la politica è impotente. Chi comanda?  Certo è che una enorme rendita pesa a questo  punto sulle forze produttive. Si dirà che parlare di  queste cose non è realistico. Ma qual è l’idea di  sviluppo da cui partiamo? Come si può pensare lo  sviluppo se non in rapporto all’esistenza di una  nuova umanità, con i suoi bisogni e i suoi diritti?  Queste non sono chiacchiere: forse non si è capito  che sta cambiando la stessa natura umana. E  qui sta una delle ragioni fondamentali per cui la  politica, intesa come «polis» cioè come capacità di  guidare il camminodella società nonpuò più essere  quella di ieri. La crisi della democrazia dei moderni  è il tema dominante. È la rimessa in discussione  di quello che è stato il suo fondamento: lo  Stato Nazione, le cui istituzioni garantivano non il  consumatore, ma il cittadino. Non il titolare di un  semplice potere d’acquisto, ma il titolare di diritti  universali.  Questa è la grande responsabilità del Partito  Democratico: esso guiderà il Paese se sarà in grado  di affrontare questioni anche di carattere culturale  e ideale, se comincerà a misurarsi con le  enormi novità del mondo e se (dico un’eresia) sarà  un partito che non si occupa solo di «politica».  Perché che cos’è oggi la politica se non la libertà  delle donne, i diritti delle persone, l’uguaglianza  effettiva delle opportunità, il peso del capitale  umano?v

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