Ricerca Swg indagine sulla condizione operaia in Italia

Indagine di Swg per il Partito Democratico sul lavoro: analisi del quadro socio-anagrafico, delle condizioni di lavoro e dei riflessi dovuti alla crisi economica
Il quadro socio-anagrafico

La ‘società operaia’ è prevalentemente maschile in quanto gli uomini risultano essere il doppio delle donne. Vale la pensa segnalare alcune differenze in base al genere:

– Le donne operaie sono presenti soprattutto nei servizi, 73% dei casi contro un 38% di uomini che lavorano invece prevalentemente nell’industria (39%) o nel settore costruzioni (18%) dove non si registra una presenza femminile di rilievo
– la presenza operaia femminile risulta sottomedia nelle regioni del mezzogiorno dove raggiunge il 20%, contro un 57% impiegata al Nord. Gli operai maschi nelle regioni meridionali sono invece il 30%.
– Il 64% delle donne ha una qualifica di operaio comune (contro il 28% degli uomini) e solo il 26% risulta specializzato.
– La metà del campione svolge le proprie mansioni all’interno di una fabbrica (quota probabilmente inferiore di qualche punto percentuale rispetto alla distribuzione reale) e all’interno di tale segmento risulta prevalente la componente maschile (73% contro il 27% di donne)
– Non si segnalano invece significative differenze di genere per quanto riguarda la tipologia contrattuale e oltre l’80% ha un contratto a tempo indeterminato

L’età media di inizio lavoro è intorno ai 19 anni: la maggioranza dichiara di aver iniziato tra i 15 ed i 18 anni (42%) in particolare hanno incominciato presto coloro che sono impiegati nel settore edile (63%). La media si abbassa a 17 anni per gli over 55 dove il 41% dichiara di esser andato a lavorare prima dei 15 anni. La scolarizzazione obbligatoria delle generazioni successive ha elevato l’età d’inizio, infatti per il 48% dei più giovani la soglia si innalza tra i 19 ed i 25anni.

Le condizioni di lavoro

Le ore medie di lavoro sono intorno alle 37 ore settimanali: 39,3 per i maschi e 32,7 per le donne, 38,4 per chi lavora in fabbrica e 35,8 per chi è impiegato in altre strutture. La retribuzione media mensile (1.100 euro) registra uno scarto di 380 euro tra uomini e
donne e di altrettanto tra operai comuni e specializzati.

Chi lavora in fabbrica guadagna mediamente quasi 200 euro più di chi non vi lavora e altrettanto consistente è lo scarto tra quanti sono impiegati nelle piccole aziende dove lo stipendio è inferiore ai 1000 euro e quanti operano in aziende con più di 250 addetti dove lo stipendio medio è di quasi 1200 euro.

In un terzo dei casi è prevista la possibilità di un contratto integrativo aziendale: a godere di questo trattamento sono il settore industriale (40%), le aziende di grandi dimensioni (55%), quelle del Nord (37%, solo 29% nel mezzogiorno) gli operai specializzati (41%) e quanti lavorano in fabbrica (43%).

La percentuale di quanti percepiscono una quota aggiutiva di salario risulta pari al 30% evidenziando anche in questo caso significative differenze sia di genere (35% gli uomini contro il 21% delle donne), che di settore (40% tra coloro che lavorano nell’industria) sia in relazione alle dimensioni dell’azienda (42% nelle aziende più grandi contro il 22% delle piccole). In poco più della metà dei casi la quota aggiuntiva è il frutto di una trattativa azienda-sindacati. Si tratta di una formula utilizzata principalmente nelle aziende mediograndi con più di 50 dipendenti (68%) e in quelle di grandi dimensioni (82%).

A trovare invece la cifra inserita in busta paga, a mo’ di cadeau, senza alcuna contrattazione (30%) sono soprattutto le donne (42%), coloro che lavorano nelle aziende più piccole (64%) e gli operai comuni, non qualificati.

L’ammontare medio annuale della retribuzione accessoria è pari a 277 euro che diventa 300 per gli uomini e 200 per le donne. Praticamente non esiste per chi lavora nel settore agricolo, raggiunge i livelli più alti nell’industria (circa 330 €) ed i più bassi nel settore costruzioni (128€). Gli operai qualificati sono quelli che riescono a portare a casa il premio più alto che si aggira intorno ai 337 €. La maggioranza degli interpellati ritiene comunque che la retribuzione aggiuntiva, poiché premia il merito del singolo, andrebbe trattata a livello individuale e non collettivo (41%). A sostenerlo sono soprattutto coloro che avendo una specializzazzione hanno anche la possibilità di performance migliori (48%), si aggiungono a questi anche gli operai delle piccole aziende (49%), quelli dell’industria (44%) ed i giovani under 35 (45%).

La valutazione delle condizioni lavorative attuali fa sì che 3 intervistati su 4 si dichiarino soddisfatti del proprio lavoro, soddisfazione che cresce proporzionalmente al livello di specializzazione: dal 67% di operai comuni a cui piace il proprio lavoro si passa all’ 80% di quelli specializzati. Il gradimento appare maggiore tra coloro che non lavorano in fabbrica ed è più
accentuato tra quanti svolgono le loro mansioni nel settore agricolo (86% contro il 71% dell’industria). Non sempre soddisfazione e benefici economici vanno però di pari passo e anche se il lavoro piace, quasi la metà degli operai vorrebbe poter contare su un reddito più elevato.

Le aspettative della categoria sono rivolte non tanto ad ottenere un maggior riconoscimento sociale o gratificazione personale, quanto a migliorare il livello economico (48%) e, in seconda istanza, a poter contare su una maggior sicurezza per il futuro (27%). La necessità di un incremento di reddito appare prioritaria soprattutto per le donne, gli operai del Nord, quanti lavorano nei servizi e svolgono le loro mansioni nelle grandi aziende e godono di contratti a tempo indeterminato. I lavoratori del settore agricolo e delle costruzioni, gli atipici – proprio per le condizioni di precarietà o instabilità che contraddistinguono il contratto o il settore cui appartengono – preferirebbero invece poter contare su maggiori garanzie future.

La percezione di quella che è la propria condizione economica familiare fa emergere un quadro in cui solo un terzo dichiara di trovarsi in una condizione di serenità e decisamente piccola è la quota di quanti possono permettersi di definire agiato il proprio status (3%). La metà sostiene di vivere economicamente in una condizione di precarietà mentre appare preoccupante il segmento, pari al 15%, che si percepisce addirittura indigente. Date queste premesse non stupisce che le richieste di miglioramento economico provengano soprattutto da coloro che versano in condizioni difficili di precarietà o indigenza (55%). Per contro chi ha un bilancio familiare più sereno può guardare avanti, permettersi di pensare al futuro o alle gratificazioni professionali.

Solo il 30% del campione gode della soddisfazione di svolgere un lavoro qualificato le cui esperienze sono riconosciute. Si tratta di un privilegio di cui godono prevalentemente gli uomini più che le donne (36% contro 22%), coloro che lavorano nelle costruzioni (61%) ed in aziende di piccole (40%) e medie (41%) dimensioni e gli operai qualificati (40%). E mentre un 27% ha un lavoro che non richiede particolari capacità e competenze, il 43% impiega esperienze professionali che spesso non vengono riconosciute. All’interno di questo segmento troviamo le risposte di operai del settore agricolo (51%), specializzati (48%) e impiegati nella grande industria (54%).

Il 61% del campione si dichiara tranquillo per quanto concerne la sicurezza lavorativa (molto+abbastanza).A sostenerlo sono soprattutto gli operai del Nord (67%), coloro che operano nei servizi (68%), in fabbrica (65%), operai qualificati e specializzati (69 e 65%) e quanti hanno un contratto a tempo indeterminato (67%).

Tuttavia non è affatto marginale la quota di quanti sentono di non poter contare sulla sicurezza dell’impiego. Si tratta infatti del 39% della categoria, che evidenzia le sacche di insicurezza più profonde tra gli operai over 55 (46%), tra quelli delle regioni del centro sud (50-45%), tra quanti lavorano nei settori agricolo (62%) e nelle costruzioni (57%), tra gli addetti delle piccole aziende (52%) e ovviamente tra coloro che hanno contratti a tempo determinato (59%) o sono atipici (79%). Tale senso di insicurezza oltre che su condizioni oggettive – difficoltà aziendali o contratti precari – fonda le sue radici in un generale senso di incertezza e sulla convinzione della generale scarsa sicurezza di tutti i posti di lavoro (46% pari al 18% del campione).

I timori che investono la categoria rispetto alle prospettive future si incentrano sia su tematiche più a lungo termine quali l’angoscia di non poter usufruire di una pensione adeguata (36%) sia su questioni più contingenti legate alla paura di perdere il posto di lavoro e di conseguenza il reddito (52%).

Sono soprattutto gli operai del settore agricolo ad essere preoccupati dell’adeguatezza della loro pensione (55%) così come lo sono coloro che sono più vicini a momento di ritiro dal lavoro come gli over 55 (56%). La paura di perdere il lavoro e di conseguenza non poter contare sulla continuità del reddito risulta invece più marcata tra gli operai del settore edile (68%) e tra i
lavoratori atipici.

La crisi economica

Il giudizio sulla crisi rivela le forti preoccupazioni della settore: il 93% la considera grave (molto +abbastanza) e la valutazione appare trasversale a tutti i settori e categorie. Secondo gli operai quasi 7 aziende su 10 hanno risentito gli effetti della crisi economica, che ha investito con maggior violenza le fabbriche e le aziende di dimensioni medio piccole e tutti i settori, anche se i servizi sembrano averne risentito meno degli altri (59%).

Più della metà dei lavoratori ha subito dei disagi a seguito della crisi, in particolare coloro che lavorano in fabbrica, nei settori dell’industria e delle costruzioni, gli uomini più delle donne, e quanti vivono e lavorano nelle regioni del mezzogiorno.
La principale conseguenza è stato un periodo di cassa integrazione (22%) che ha colpito soprattutto gli uomini (28%), i lavoratori dell’industria (38%) e delle costruzioni (42%) e quanti lavorano in fabbrica (32%) e gli addetti delle aziende di grandi dimensioni (28%); non si registrano invece differenze significative a livello territoriale a segnale che la crisi si è spalmata
con uguale intensità in tutte le regioni.

Fermo restando che secondo quasi la metà degli intervistati (47%) le aziende hanno usato la crisi per risolvere problemi preesistenti, il giudizio sulla capacità di risposte alla crisi salvano le aziende ma non i sindacati. Infatti mentre la maggioranza dichiara che l’azienda ha risposto bene alle difficoltà sorte con la crisi (72% molto + abbastanza bene), solo un terzo valuta positivamente quanto hanno fatto i sindacati. Particolarmente duro il giudizio fornito da chi opera nel settore agricolo (69% male) e nell’industria (60%).

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